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Anche i blog emigrano.

Non so bene cosa mi abbia spinta ad aprire il mio blog proprio su livejournal. In realtà ho creato l'account solo per lasciare un commento in un altro blog, ma poi mi sono detta "perchè sprecare un account così, visto che ho tante cose da dire e anche lo spazio per farlo?". E così, eccomi a disperarmi su questo maledetto livejournal, che è tutto eccetto che semplice. Certo, alla fine sono riuscita a mettere uno sfondo carino, il mio elenco di blog amici, addirittura un contatore delle visite, ma sinceramente non mi va di buttare tanto tempo e fatica per un risultato pietoso. Il contatore delle visite dovrebbe essere un piccolo mondo che gira e non una frittella di mappa. L'elenco di blog ha un massimo di 30 voci e io ne seguo molti di più, senza considerare che il numero è in aumento a causa della mia neonata passione per i blog di cucina. La grafica rimane tra lo schifo e la pena, nonostante gli uccellacci del malaugurio mi stiano particolarmente simpatici. Magari sono un po' tonta, magari sono già arrivata all'età in cui devi leggere più volte tutti i link della pagina per trovare quello che ti serve, ma a me il meccanismo del livejournal mi sta sugli amici di Maria. Dopo quasi un mese ci ho fatto l'abitudine, ma non mi va di "abituarmi", io voglio qualcosa di più semplice, di intuitivo, qualcosa che si adatti alle esigenze della mia mente limitata.
Per tutti questi motivi, questo blog chiude. Anzi, emigra. Copierò tutti i messaggi finora scritti sul nuovissimo blog sesolofosselasvezia.blogspot.com/, al quale ho potuto mettere uno sfondo carino, cambiare il tipo di carattere, il colore e la grandezza, aggiungere il contatore delle visite e perfino le statistiche e, soprattutto, elenchi illimitati di blog amici, di siti amici e di tutte le "varie ed eventuali" che mi passano per il cervello. E se voglio, posso aggiungerne altri! Magari si può fare anche su livejournal, ma a me non è bastato un mese per trovare tutte le opzioni che ho trovato su blogger in dieci minuti. Senza considerare che non avrò l'inquietante pubblicità di scientology davanti agli occhi ogni volta che scriverò un nuovo post.
Per il momento il nuovo blog è vuoto, contiene solo uno sgrammaticato messaggio di benvenuto che sono stata costretta a scrivere per poter aggiungere il gadget "messaggio di benvenuto". Oggi pomeriggio proverò ad aggiungere tutti i link, a creare un messaggio di benvenuto decente e a scrivere un nuovo post che spieghi un po' la situazione.

Hej då!

Amore di bimbo

Il 9 Dicembre, a casa mia, è stato il giorno dell'Albero. Mi sono ritrovata in casa due zombie semoventi: il mio fidanzato e il suo fratellino. Ammetto che la colpa è tutta mia. Pur di avere l'albero già addobbato per il giorno della cena romantica li ho costretti ad una giornata estenuante. Così sono collassati, il bimbo grande sul letto e quello piccolo sul divano, finchè non ho preparato cioccolata calda per tutti. Erano adorabili.
Poi il bimbo piccolo ha fatto il punto della situazione, rendendo chiare a tutti le sue intenzioni.

Che amore di bimbo. Per chi non l'avesse capito, Paola sono io. Mi ricorda vagamente un'altra lista.

Ma, diciamoci la verità, Voldemort non reggerà mai il confronto con un bimbo di quasi 10 anni. Insomma, io percepisco la differenza di diabolicità dalla risata malvagia. E poi Voldemort non sarebbe mai stato capace di studiare un pc, capire che funziona grazie a windows e trovare il modo di disinstallarlo, solo per avere il piacere di gustarsi la reazione di assoluta disperazione della famiglia. A tre anni.
Voldemort ha solo ucciso il padre in maniera indolore.
Lo ammetto, io amo il bimbo piccolo più di quello grande. Il mio bimbo grande è bravo, dolce, romantico, paziente, tenero, premuroso, ma il bimbo piccolo è... piccolo! Infatti è da quando ha 3 anni che gli ripeto che lo sposerò appena avrà raggiunto l'età che mi permetterà di evitare una condanna per pedofilia. Non sono ancora riuscita a convincerlo, comunque.
Sperando che il mio amore scherzasse quando mi ha detto di oscurare il viso prima di pubblicare questa foto, lascio a voi il giudizio su cotanta bellezza. La foto è stata ritoccata dalla mia amica Francesca, che l'ha resa molto natalizia.



BIMBI, VI AMO!


Incomprensioni linguistiche

Può capitare, a volte, ad una povera ragazza alla quale è sempre stato tassativamente vietato parlare in dialetto, che si ritrovi a sentirsi straniera nella sua stessa città. Può capitare che la suddetta ragazza stia per chiedere qualcosa alla commessa di un negozio, quando qualcuno pronuncia una frase in lingua ignota che scatena l'ilarità generale e il negozio tutto (barattoli di marmellata compresi, giuro!) inizia a ridere. Tutti, eccetto la già citata ragazza. La quale, volendo partecipare a quel clima di allegria che viene alimentato da altre frasi nella stessa lingua ignota, cerca di sorridere, producendo come risultato uno spasmo del viso simile ad una paresi. Può capitare, eh. Mica ho detto che mi è successo sabato sera in un negozio di dolci di un pericolosissimo quartiere popolare? 
Alla fin fine, comunque, mi è andata bene. Sono riuscita a farmi comprendere dagli autoctoni e a comprare ciò che mi serviva per la cena romantica col mio amore. Però la commessa mi guardava con un misto di curiosità e commiserazione, e anche un tantinello di disprezzo perchè non ero stata in grado di cogliere la battuta.
Mi consolo pensando che a mia suocera è andata peggio. Tempo fa, trovandosi a fare la spesa in un piccolo supermercato, ha chiesto esplicitamente un prosciutto di una determinata marca al tizio del reparto salumeria (che non credo possa definirsi salumiere, visto quanto sto per raccontarvi. Sarebbe un'offesa ai salumieri!). Il tizio si gira, prende dal banco il primo salume che ricorda un prosciutto e inizia ad affettarlo. Ho già raccontato che il mio ragazzo ha la celiachia, quindi capirete che c'è un ottimo motivo se mia suocera compra solo prosciutto di una marca specifica, dal momento che ha la garanzia che quel prodotto è sicuramente senza glutine. Chi, tra i miei lettori, soffre di questo disturbo saprà benissimo che certi prodotti sono più subdoli degli altri, perchè, diamine, non ti aspetti la farina nel prosciutto o nel salame! Fortunatamente mia suocera ha la prontezza di riflessi di una tigre a cui stanno sbranando i cuccioli (il che non è sempre un bene) e si accorge che il prosciutto non è della marca richiesta. Lo fa notare al tizio, ma lui fa spallucce. Glielo fa notare di nuovo, e lui risponde che anche quello che sta affettando è un buon prosciutto. Sì, magari è anche vero, ma se io volessi comprare un maglione di lana e mi rifilassero un pigiama in flanella con la scusa che "tanto tiene caldi lo stesso", un pochino mi incazzerei. Mia suocera è più diplomatica di me, quindi non ha perso la pazienza e ha spiegato al decerebrato la ragione della sua richiesta. Non ha detto cose fraintendibili, ha proprio detto esplicitamente "il prodotto della marca XYZ non contiene glutine, mentre quello che sta affettando lei lo contiene".
Non è difficile da capire.
Glu-ti-ne.
Nel caso gli fosse sfuggita la parola, avrebbe sempre potuto chiedere a mia suocera di ripeterla. Oppure ammettere, come poi mia suocera l'ha costretto a fare, che il prosciutto della marca XYZ proprio non ce l'avevano.
Invece no.
Il coglione, dall'alto della sua ignoranza, ha preso l'etichetta del prosciutto e ha risposto "ma vede, signora, anche qui è scritto chiaramente: senza polifosfati". Ecco, forse sono io che pretendo troppo dalla gente, ma anche senza conoscerne il significato, io sento che c'è una leggera differenza di pronuncia tra polifosfati e glutine. Così, a orecchio, avrebbe dovuto accorgersene anche lui. Invece perseverava nell'errore. Alla fine mia suocera, sempre più paziente di me, si è stancata e se n'è andata. Io, invece, l'avrei mandato a. Con violenza, anche. Tra l'altro, non avrei fornito tante spiegazioni sul perchè della richiesta. Mi sembra un mio diritto ottenere ciò che chiedo, se pago per averlo, senza dover dare spiegazioni a nessuno. Se poi l'arroganza del mio interlocutore dovesse spingerlo a darmi anche torto...
Ora che ci penso, una volta è capitato anche a me. Era inverno e dovevo comprare un pantalone nuovo. Entro nel negozio e chiedo alla commessa la taglia 38 di un pantalone visto in vetrina. Lei mi guarda, poi mi porta la 44. Io so di aver parlato italiano e so anche che molte commesse la trovano una lingua un po' ostica, ma non mi aspettavo di dover fare i disegnini. Le faccio notare che la taglia è sbagliata e lei, ridendo, mi dice che io sono almeno una 44. E se il pantalone non fosse stato per me? E se io volessi portare pantaloni di 3 taglie più piccole perchè sono masochista e mi piace sentirmi i coscioni stritolati dalla stoffa?
La guardo. Capelli nero-tintura ricoperti di gel, chili di fondotinta color mattone sulla pelle lampadata (a Novembre!), rossetto bordeaux con un bordo di matita nera, orecchini dorati a cerchio che le arrivano alle spalle, matita nera a coprirle le occhiaie.
Sorrido.
Sorrido perchè capisco che la troietta se la sogna di notte una taglia 38, quindi decido di concedermi una piccola vendetta. Entro in camerino, metto quel pantalone enorme e tolgo anche il maglione di lana, rimanendo con una maglietta leggera e aderente per sembrare ancora più magra, poi esco e, mantenendo il pantalone con le mani in modo da mettere in evidenza il fatto che potesse entrarci anche il mio ragazzo in quella circonferenza, - confesso, trattenendo un po' la pancia in modo che la cosa fosse più evidente- le chiedo se è disposta a darmi una 38. Ebbene, no! La vaiassa mi porta una 40 e sono costretta a misurare anche quella, per dimostrarle che ha sbagliato, prima di ottenere la mia 38. Esco dal negozio incazzata ma soddisfatta, mentre lei continua a balbettare cose tipo "ma avrei giurato che...". Nella sua lingua, ovviamente.
Davvero, se emigrassi all'estero, anche in un paese di cui non conosco la lingua, non noterei la differenza. Anzi, forse sì. All'estero posso farmi capire in inglese, qui no.

Semplice... mente difficile!


Nonostante io abbia i ritmi di un bradipo in letargo, sono riuscita a recuperare a tempo di record la ricetta per partecipare al contest di cui vi avevo parlato nel messaggio precedente. Si tratta di un contest di cucina, una delle mie grandi passioni. Dovevo trovare la ricetta "che ci riesce meglio, che ci ricorda un momento particolare della nostra vita, che ci è stata tramandata da qualcuno veramente importante per noi, che reca piacere ai nostri cari ma è semplice come …” le cose che prepariamo tutti i giorni” , cioè “semplice....mente perfetta” per chi la pubblica e pertanto unica".
Purtroppo posso partecipare con una sola ricetta, anche se ne avrei da vendere di ricette del genere. A casa mia il cibo è un modo per esprimere amore, per dimostrare ospitalità e per coccolare chi ci è caro...
La ricetta che sto per proporvi mi è stata tramandata da una coppia di persone, mio nonno e mia zia, padre e figlia inseparabili che il destino mi ha portato via prima che riuscissero ad insegnarmi il segreto dei loro dolci perfetti. A salvare le loro ricette è stata mia madre, che ha sempre accompagnato ad ogni spiegazione il ricordo di come quei piatti rendevano felice tutta la famiglia; per ognuno di essi c'era un aneddoto, un insegnamento, un pezzettino dell'amore di mio nonno e dell'infinita bontà di mia zia.
Poi è arrivato il mio turno, mi hanno passato il testimone, e ho iniziato a coccolare i miei cari proprio come facevano loro.
Ma questa ricetta è importante anche per un altro motivo. Sei anni e mezzo fa mi sono innamorata di una persona meravigliosa, purtroppo affetta da celiachia. Mia suocera, ahimè, non è proprio bravissima in cucina e lui non ha mangiato altro che "dolci" della farmacia per anni. Finchè non mi ha conosciuta. :) Certo, è stato difficile. Ho dovuto studiare un po' di chimica, arrangiarmi con le farine del supermercato, provare, provare, provare e riprovare decine di volte, ma alla fine sono riuscita a trasformare tutte le ricette che avevo e a renderle senza glutine. Spesso, come per la ricetta che sto per proporvi, il risultato è stato addirittura migliore dell'originale! 
Mi sento particolarmente orgogliosa del mio lavoro, perchè mi sembra di aver unito il passato, la tradizione e il futuro che mi aspetta (che, indubbiamente, sarà senza glutine). Ho la sensazione di aver preso le mie origini ed averle modellate fino ad adattarle a una nuova vita, gettando un ponte tra i miei nonni e i futuri figli.
Arrivando al dunque (perdonatemi, sono logorroica!), la ricetta che voglio proporvi è quella degli struffoli senza glutine. Come tutte le pietanze senza glutine, bisogna fare un po' di attenzione durante la lavorazione. La ricetta è semplice (ora, per voi... per me è stata un duro lavoro!), ma l'uso di farine diverse dal solito può rendere un po' scettici durante la preparazione.
Gli ingredienti per una persona sono:
50 gr di farina di riso
70 gr di amido di mais
80 gr di fecola di patate
1 uovo
30 gr di zucchero
40 gr di strutto
un pizzico di sale
mezzo bicchierino di liquore Strega
Per ricoprirli ci vogliono
60 gr di miele grezzo
30 gr di zucchero
confettini colorati
frutta candita

La preparazione, come vi ho detto, è semplice. Basta sbattere l'uovo


Quest'anno ho preparato struffoli in abbondanza. Per due famiglie, ho moltiplicato la dose per cinque.

con lo zucchero,



aggiungere le farine setacciate, il pizzico di sale,


 
Ho pensato che fosse utile mostrare la proporzione tra uova e farine. Viste così fanno quasi impressione, sembra una quantità spropositata per sole 5 uova.

lo strutto


Notate che, nella foto, si vede bene la consistenza dell'impasto. Sono praticamente briciole.

e rendere l'impasto (che risulta un po' secco) lavorabile aggiungendo la Strega. A questo punto potrei passare direttamente alla cottura, ma siccome questa è una ricetta senza glutine ha bisogno di un paio di spiegazioni aggiuntive: la fecola e l'amido "scrocchiano" sotto le dita, mentre la farina di riso tende ad assorbire più liquido del dovuto; unite insieme, queste particolarità fanno sì che l'impasto ci sembri  strano, difficilmente modellabile o mai abbastanza morbido. In realtà posso garantirvi per esperienza che, anche se all'inizio sembra un disastro, basta avere un po' di pazienza per ottenere un risultato perfetto.
Dopo aver aggiunto circa mezzo bicchierino di liquore e aver lavorato l'impasto abbastanza da formare una palla piuttosto omogenea (la consistenza dev'essere simile a quella della pasta frolla),


Se, come ho fatto io, dovete moltiplicare le dosi, sarà più facile lavorare l'impasto un po' per volta. Questa è la foto dell'impasto prima di un'energica lavorazione...

prendetene una piccola porzione, lavoratelo un po' tra le mani e quando sarà diventato morbido e "vellutato" (io lo trovo piacevolissimo al tatto)


...e questo è lo stesso impasto dopo. Visto che differenza?

fatene un salsicciotto dello spessore di un dito



e tagliatelo a pezzi piccoli quanto mezza falange.



In realtà la grandezza degli struffoli, secondo la tradizione, non è questa, ma con questo tipo di impasto vengono particolarmente buoni se sono più piccoli. A questo punto devono essere fritti un po' per volta, finchè non diventano dorati.



Attenzione! Gli struffoli fanno molta schiuma durante la cottura, quindi se ne devono mettere davvero pochi in padella; inoltre si cuociono in pochissimo tempo, quindi hanno bisogno di sorveglianza costante.
Una volta pronti bisogna passarli nel miele. Di solito basta sciogliere il miele e lo zucchero fino a farli diventare liquidi



 e poi immergerci gli struffoli, ma siccome quelli senza glutine sono più friabili, ecco un altro trucco per ottenere un risultato perfetto senza il minimo sforzo: prendete una padella molto larga, in modo tale che la porzione di struffoli possa creare un unico strato e non sia necessario rigirarli troppo.



Una volta ricoperti completamente col miele caldo, si versano direttamente sul vassoio e si forma una ciambella. Prima che il miele si raffreddi si decora il tutto coi confetti colorati - miele ancora caldo: altro trucco per non ritrovarsi tutti i confettini sul vassoio dopo 10 min. Accertatevi, se li state preparando per un celiaco, che i confettini non contengano glutine. Infine tagliate la frutta candita e finite di decorare.
So che, detta così, tanto semplice non sembra. In realtà la difficoltà non è nella preparazione, ma nella fede cieca che bisogna avere in chi ci propone la ricetta. Abituati alla gommosità data dal glutine, vi sembrerà davvero strano lavorare questo impasto che cambia facilmente consistenza, che non si attacca alle mani, che sembra un po' pallido e non convince mai del tutto. Ma immaginate la gioia delle persone (in particolare dei bambini) che sono state costrette per anni a mangiare gli struffoli venduti in farmacia, che hanno lo stesso colore, lo stesso sapore e la stessa consistenza dei ciottoli di fiume, quando vedranno e assaggeranno questa meraviglia! 


 
Ok, forse questi non sono proprio una meraviglia, ma al mio ragazzo non piacciono nè i confettini nè la frutta candita... che posso farci?

EDIT: ho aggiunto le foto di tutte (e per tutte intendo proprio tutte) le fasi della preparazione. Mi sembra una buona idea aggiornare anche le foto del risultato. Quest'anno ne ho fatti davvero tanti e li ho divisi in tre vassoi: per il mio amore



per la famiglia del mio amore



e per la mia famiglia.

Udite! Udite!


Questo blog parteciperà al contest  "semplice... mente perfetta" indetto da La cucina di zia Simonetta.
Parteciperà.
Prima o poi.

Vado via perchè... #2

Eccomi giunta alla parte più difficile dell'elenco: le "incomprensioni culturali". Ho pensato molto a cosa scrivere, ma certi concetti rimangono difficilissimi da esprimere. E, soprattutto, sono soggettivi.
Non esiste il paese perfetto - non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace. A me non piace il sole, per dirne una. E capirete che questo può rappresentare un problema per una persona che vive nella città del sole. Ci saranno sicuramente tanti svedesi che detestano la neve e la natura, tanti inglesi che detestano il tè, tanti francesi a cui non piacciono vino e formaggi. Sono cose che non dipendono dalla nostra volontà.
La mancanza di regole, a Napoli, ha portato due conseguenze fondamentali: non abbiamo più diritti, quindi ci aiutiamo a vicenda, e non abbiamo più doveri, quindi chiunque si sente libero di fare qualsiasi cosa.
Mi spiego meglio, aiutandomi con un paio di esempi: io non ho diritto all'acqua corrente in casa, e questo s'era capito. Quando posso riempio le taniche da 20 lt per fare scorta, come fanno i miei vicini di casa. Può capitare, comunque, che qualcuno venga colto alla sprovvista e rimanga senza scorte e, in quel caso, proprio perchè tutti sappiamo quanto sia brutto non poter nemmeno cucinare, si fa a gara per aiutare. Non per obbligare il vicino a rendere il favore quando toccherà a noi, ma perchè tutti capiamo il disagio che prova quella persona. Così come, spesso, chi entra alla posta prende un paio di numeri in più per passarli, dopo un po' di tempo, alle vecchine appena entrate per risparmiar loro la fila. C'è empatia. Si capisce la sofferenza degli altri, anche nelle piccole cose. E siccome sappiamo che nessuno verrà mai ad aiutarci, ci aiutiamo tra di noi.
Per quanto riguarda i doveri, ho già detto che questo porta ad una "libertà" assoluta. Libertà di calpestare gli altri, ad esempio. Impunemente, tra l'altro, vista la mancanza di diritti. Così capita che i medici vadano a recuperare le mogli appiedate durante l'orario di lavoro, che qualcuno parcheggi al centro di un incrocio e scenda dalla macchina per parlare con un amico, che i professori universitari decidano di saltare un paio di sedute d'esami, e così via.
Il punto è che il dovere di qualcuno è un mio diritto, così come il mio dovere è un diritto degli altri. Io ho il dovere di tenere basso il volume della radio, perchè la mia vicina ha il diritto di stare tranquilla; io ho il diritto allo studio, perchè i professori hanno il dovere di insegnare; io ho il dovere di rispettare la segnaletica stradale, perchè gli altri hanno il diritto di camminare senza dover temere per la loro vita. Per fare un altro esempio, qui la segnaletica stradale sembra invisibile ed io, temendo per la mia vita ma anche per quella degli altri, so come funzionano le cose e mi adeguo a delle regole non scritte che gli automobilisti partenopei applicano. Non solo. Mi preoccupo per gli altri e faccio attenzione anche per loro. Così come loro, lo so, fanno attenzione anche per me. Così come gli automobilisti fanno attenzione per loro, per me e anche per gli altri automobilisti.
L'ho detto che è un concetto difficile da esprimere.
Cerco di spiegarmi meglio: il pedone sa che l'automobilista non si ferma al semaforo e che le motociclette non rispettano  il senso di marcia, quindi fa molta attenzione prima di attraversare la strada ed è pronto a fermare chi si butta imprudentemente basandosi sul semaforo rosso; l'automobilista sa che c'è sempre qualche pedone che non guarda prima di attraversare, per cui passa col rosso, ma è sempre pronto a frenare; l'automobilista dietro di lui sa che c'è sempre qualche pedone che si butta e che la macchina davanti si fermerà, per cui si prepara al sorpasso; il primo automobilista sa che quello dietro di lui sta per sorpassarlo e che rischierà di buttar sotto il pedone, per cui cercherà di occupare il centro della corsia, in modo tale che l'altro sia costretto a rallentare per passare; il pedone sa che, arrivato al bordo della prima macchina ferma, deve controllare nuovamente che la strada sia libera, perchè c'è sempre qualcuno che sorpassa. Complicato, eh? Basterebbe fermarsi al semaforo e non ci sarebbe bisogno di tutte 'ste manovre. Però al semaforo non ci si ferma, per principio.
Altro esempio? Torniamo sulla fila alla posta: gli impiegati della posta sanno che c'è sempre chi si lamenta, per cui sono sgarbati a priori con tutti; il cliente sa che l'impiegato è esasperato da anni di lavoro alla posta e quindi poco incline a venirgli incontro; puntualmente c'è chi tenta di fare il furbo saltando la fila (=nessun dovere) e, inevitabilmente, nasceranno accese discussioni, che in alcuni casi arriveranno anche alla rissa; io, ventenne in buona salute e con una certa dose di menefreghismo, prendo un paio di numeri in più dalla macchinetta, metto gli auricolari e accendo l'mp3 a palla, in modo tale da non sentire eventuali discussioni; ad un paio di numeri dal mio turno, individuo i vecchietti in difficoltà e risparmio loro la fila e le discussioni, visto che i furbi, di solito, se la prendono proprio con quei vecchietti, che non sanno difendersi da soli e che non verranno certo difesi dal personale della posta.
Ora sono le 15.15 e, teoricamente, io dovrei poter riposare senza essere disturbata da rumori molesti... però la mia vicina sta facendo sfogare la nipotina isterica sul pianerottolo! Io avrei il diritto di stare in santa pace e la signora avrebbe il dovere di rimanere in casa sua, tuttavia io so che la casa della signora è un buco e la bambina non  ha lo spazio per muoversi, per cui accetto che faccia casino davanti alla porta di casa mia. Allo stesso tempo, la signora sa di rompere pesantemente i coglioni col suo comportamento, per cui non si lamenterà se, talvolta, io terrò il volume dello stereo più alto. Se avessimo dei diritti, la nipotina della signora potrebbe giocare a casa sua o in un asilo comunale, invece di essere costretta a vivere a casa della nonna, io non avrei fastidi e la mia vicina non sarebbe costretta ad accettare il casino ingiustificato degli altri pur di permettere alla bambina di giocare per le scale.
Credo che la famosa "arte di arrangiarsi" nasca proprio da questa mancanza di certezze. E, giusto perchè il messaggio non è abbastanza lungo, faccio una brave digressione su questa espressione: "arte di arrangiarsi" un cazzo, signori miei! Si chiama disperazione ed è dovuta al fatto che siamo costretti ad accettare tutto e ad inventarci un modo per sopravvivere. Ad avere dei diritti, non ci sarebbe bisogno di arrangiarsi. Voi la chiamate fantasia, creatività, arte; io se vi sento dire una cosa del genere vi infilo un mandolino su per il culo.
Sperando che il concetto sia chiaro, arrivo dunque alle conclusioni. 
Io non riesco a vivere così. 
Ci sono persone a cui tutto questo piace. Persone che preferiscono essere libere di parcheggiare in terza fila in caso di necessità e sopportare che lo facciano altri, persone che si sentono più libere all'idea di poter fare ritardo ad un appuntamento o che apprezzano la fantasia nel trovare soluzioni ai problemi.
Io vorrei delle certezze. Vorrei dover seguire delle regole universali, anche stupide, che però valgano per tutti e non siano soggette ad interpretazione, alle quali non sia in alcun modo applicabile la fantasia. Sarò arida, sarò banale... ma davvero fatico ad accettare questo modo di vivere. Non ci sarebbe bisogno di aiutarsi a vicenda, se i diritti di tutti venissero rispettati. Quello che è considerato da tutti i miei concittadini come un vanto, l'altruismo, è in realtà l'effetto di una sofferenza comune.
Qui mi sento straniera, come se questa cultura, questo modo di vivere non mi appartenessero minimamente. Mi sembra sempre di essere arrivata a Napoli da una settimana e non di esserci nata; non finisco mai di stupirmi del comportamento dei miei concittadini, nel bene e nel male. So che non è un motivo di vitale importanza, ma vorrei andar via di qui anche per questo.


EDIT: questi due messaggi sono nati da una discussione fatta con la mia amica Francesca. Ci siamo ripromesse di elencare tutte le motivazioni che ci spingono ad andar via per ritrovare un po' della voglia di lottare per questo progetto. QUI trovate il suo interessante post. Notate che lei, pur ritrovandosi l'acqua di mare che le esce dai rubinetti, non rompe i coglioni al prossimo come la sottoscritta. Che volete farci, sono una piaga sociale!

Vado via perchè... #1

Oggi Monaco è completamente ricoperta di neve. Chissenefrega, direte voi. Il problema è che io, dopo la mia vacanza, ci ho lasciato il cuore, a Monaco. Quando sono stata lì mi è capitato spesso di svegliarmi piangendo all'idea di dover tornare a Napoli. Ed ora che sono tornata a "casa", mi sveglio spesso piangendo all'idea di non essere più a Monaco.
E a me la Germania nemmeno piace!
Come promesso, a Francesca ma soprattutto a me stessa, ecco la lista dei motivi per cui voglio andarmene da Napoli, che ricorda vagamente i "vado/resto" di Saviano e Fazio, con la differenza che io non resterei qui per niente al mondo. D'altra parte, l'ho già scritto una volta: lui è Saviano, io non sono nessuno, lui ha il coraggio di lottare e rimanere, io me ne scappo vigliaccamente in un posto dove non sarò costretta a lottare.
La mia lista si può dividere in due diversi elenchi: i motivi per cui la sopravvivenza stessa, mia e dei miei cari, è a rischio a Napoli e i "capricci", le piccole incompatibilità culturali per cui io non vivo bene qui.
Nell'elenco di cose che non mi permettono di vivere bene qui ci vanno sicuramente l'inquinamento, i rifiuti, la totale disorganizzazione, l'assoluta mancanza di regole.
Prima di tutto, ovviamente, a Napoli sento la mancanza dell'acqua. Acqua calda in inverno, acqua corrente in estate, acqua potabile per cucinare... prima o poi mi ridurrò come Paperone, sul tetto a riempire secchi d'acqua piovana. Anzi, nemmeno quella, visto che Napoli è la città europea col maggior inquinamento da biossido d'azoto, l'agente inquinante responsabile delle piogge acide.
Arrivando dunque all'inquinamento, oltre a quello ufficialmente registrato e denunciato, esiste un inquinamento da rifiuti tossici di cui sono in pochi a parlare. Dal momento che lo smaltimento dei rifiuti è completamente in mano alla camorra, le discariche non sono certo a norma e può capitare facilmente che i palazzi siano costruiti con amianto "riciclato" o che il terreno sia contaminato da metalli pesanti. Non a caso io ho avuto il primo tumore a 13 anni, mentre una mia cara amica ne stava morendo a 18.
Veniamo quindi alla famigerata "emergenza rifiuti". Mi ero ripromessa di non parlarne, ma visto che mi trovo costretta a metterla nell'elenco, ne approfitto per fare una piccola digressione.
A tutti quelli che pensano che Napoli si trovi sepolta dai rifiuti per colpa della sinistra, perchè i napoletani sono sporchi, perchè non sanno gestirsi, perchè sono così stupidi che non sanno portare la spazzatura fino ai bidoni, perchè non capiscono che aprendo una nuova discarica risolverebbero il problema: andate a fanculo. Innanzitutto perchè non avete capito un cazzo, ma anche perchè sparate sentenze senza documentarvi e vi permettete di giudicarci in base a stupidissimi luoghi comuni. Vi auguro di trovarvi nella stessa situazione, di vedere i vostri bambini che muoiono di cancro e leucemia senza nemmeno sapere il perchè, di dovervi chiedere ogni volta che mangiate "quella che ho davanti è sanissima verdura o è veleno?", di dover subire i giudizi di gente stupida come voi, di dover guardare, impotenti, come la criminalità organizzata distrugge le vostre vite e di essere costretti, nonostante tutto, a tirare avanti. Non vi concedo nemmeno il suicidio. Stronzi come voi devono soffrire fino all'ultimo respiro.
Tornando a noi, la spazzatura è uno dei motivi per cui vivere a Napoli è diventato impossibile. Infine, tra i motivi seri per cui vorrei scappare da qui, c'è la completa mancanza di organizzazione. Proprio qualche giorno fa ho avuto una piccola incomprensione linguistica con una mia amica di Asti. Ho usato l'espressione "a mazzo", che evidentemente è dialettale, per dirle che non riesco ad usare il nuovo msn. Bene, credo che in quell'espressione sia espresso perfettamente lo stile di vita partenopeo. Qui, ma penso anche altrove in Italia, "mazzo" vuol dire "culo", che a sua volta è utilizzato come termine per "fortuna" - sarà capitato a tutti dire "che culo!" invece di "che fortuna!". La mia vita va avanti a fortuna; anche Pino Daniele, in una famosissima canzone, diceva "e ognuno aspetta 'a ciorta" (che è un altro termine per destino). Ogni mattina, quando mi sveglio, devo avere la fortuna di trovare l'acqua per lavarmi, devo avere la fortuna di trovare il bus che mi porta all'università, devo avere la fortuna di trovare il prof in aula, devo avere la fortuna di tornare a casa in meno di 3 ore... qui non esiste il diritto, esiste la ciorta. E, a proposito di bus, a Napoli non esistono orari per i bus. Anzi, non esistono proprio i trasporti pubblici. La nuova metropolitana passa una volta ogni 10 minuti, che per gli standard partenopei è un miracolo, ma rispetto ai secondi di attesa di Monaco, Stoccarda o Londra, fa schifo. Comunque non è di questo che mi lamento. Io vivo a 12 km dall'università e devo svegliarmi alle 6.30 per arrivare in aula alle 9. Considerando che, quando faccio proprio tardissimo, esco di casa alle 7.30, impiego più di un'ora e mezza per fare 12 km, con una velocità media di 8 km/h. OTTO! Ma solo perchè mi accompagnano in auto fino alla metropolitana, altrimenti dovrei uscire alle 6.30. Sotto casa mia i pullman passano in media una volta ogni 45 min; in media, perchè mi è capitato di aspettare anche due ore.
Devo avere fortuna per fare una visita medica, perchè l'ultima volta che ci ho provato il dottore è stato chiamato a soccorrere... sua moglie! La poverina, alla quale improvvisamente quanto inspiegabilmente si è spenta la macchina, ha chiesto aiuto al marito, il quale ha ritenuto giusto abbandonare i suoi pazienti in attesa (che avevano già pagato il ticket e si erano fatti mesi di fila per ottenere quella visita) con la scusa delle "urgenti visite a domicilio".
Devo aver fortuna quando mi reco ad un ufficio pubblico, perchè gli orari sono a discrezione dell'impiegato e può capitare che lui non abbia poi tanta voglia di lavorare e ti lasci morire in attesa.
Devo aver fortuna dopo la morte, perchè se non ho parenti che mi portano i fiori, il mio corpo viene buttato in una discarica da gente che poi si rivende il loculo. Sì, a Napoli devi essere fortunato anche da morto.
Per farla breve, io non ho diritti. Non ho diritto al lavoro, alla casa, alla salute. Qui si vive di favori e fortuna e non si hanno certezze.Ed è per questo che voglio andarmene: voglio vivere in un paese dove avere dei diritti e dei doveri, dove le cose funzionano veramente e non bisogna affrontare questo caos anche per le attività più semplici. Voglio un posto in cui far crescere i miei figli senza la paura di vederli morire da un momento all'altro, voglio avere la certezza che, se vengono calpestati i miei diritti, il problema diventa della comunità, e non rimane mio in quanto singolo.
Ecco, questo era il primo dei due elenchi. Al secondo ci penso domani.

Accidentally in love.


E' meraviglioso come qualche bicchiere (non bicchierino) di liquore ti permetta di vedere la vita sotto tutt'altro punto di vista. Stasera lascio un post sull'amore. Chiedo perdono a Francesca, alla quale avevo promesso un messaggio ben diverso, che arriverà quando sarò tornata sobria.
Amore è imbrogliare a Sinco a favore di un bimbo che spera di mettere da parte 5 euro con le vincite natalizie; è chiedere al proprio fidanzato di sopportare un silenzio un po' pesante, solo perchè "oggi va così"; è "distrarsi" mentre si gioca a scopa, sperando che le carte buone escano all'avversario; è vedere un bambino che ha rubato dalla cucina due patatine fritte e ne regala una e mezza a te; è fregarsene altamente dell'influenza che l'altro può passarti, solo perchè non resisti senza abbracciarlo e baciarlo; è pensare di lavorare a maglia un vestito, solo perchè tua cognata ti ha detto che le piace il modello; è bruciare quattro dvd pur di masterizzare un programma per la persona che ami; è sperare che gli altri siano più fortunati di te, perchè ti fa male pensare che possano rimanere delusi.
Alla famiglia del mio fidanzato, per la splendida serata passata, va tutta la mia gratitudine. E un bacio al bimbo influenzato, che stasera non sono riuscita a coccolare abbastanza, almeno per i miei gusti.

Parità 2


La parità secondo mio padre, fratello di ZiaZ:
ore 00.30, si sentono rumori di piatti dalla cucina. Mio padre si gira verso di me e mi fa "ma tuo fratello sta lavando i piatti?". Se dio m'avesse dotata di vista a raggi x, forse potrei saperlo. Dai rumori deduco di sì. Continua con "ma non va bene". Io, pensando malignamente che volesse dirmi che non va bene per un uomo lavare i piatti, gli chiedo spiegazioni. E lui "stamattina si è svegliato presto, è andato all'università, poi a fare tirocinio, poi in palestra e al ritorno si è pure preparato la cena. E domani deve svegliarsi presto". Ok, sono io che penso subito al peggio. In realtà esprimeva solo una paterna preoccupazione per lo stato psicofisico di mio fratello dopo una giornata di merda del genere. Più che giusto.
Ma.
Ma lui mi guarda.
Io lo guardo.
Lui continua a guardarmi.
Io ricomincio a giocare al pc.
Lui insiste.
Capendo che non me ne può fregar di meno, conclude "magari si sente obbligato dal fatto che tua madre non sta bene".
E continua a guardarmi.
Ora, io SO cosa voleva dirmi. Voleva dirmi "alzati e vai a lavare i piatti, donna!". Anzi, donna nullafacente.
Ma porco cazzo, UNA volta, UNA, che mio fratello fa il grande sforzo di infilare i piatti in lavastoviglie, posso permettermi il lusso di rimanere al pc? No, perchè sono donna. O meglio, perchè se mamma sta male e Frato è stanco, non è da considerarsi l'idea che lui alzi il suo culo dalla sedia e faccia qualcosa. Pretenderà che lo faccia io, per esclusione. A mio padre piace comandare. E poi farti una merda perchè non hai eseguito gli ordini secondo i suoi schemi mentali, del tutto arbitrari ed imprevedibili. Perchè, tra l'altro, una delle sue malattie mentali lo porta a considerare i piatti lavati in lavastoviglie ancora sporchi, a meno che non siano sistemati in posizioni strategiche a 20 cm l'uno dall'altro. Praticamente, le rarissime volte (un paio in tutta la sua vita) che ci ha fatto l'onore di mettere i piatti in lavastoviglie ci sono entrati 3 tazzine da caffè, 4 piatti e due pentole. Ma stretti, eh!
E pensare che stasera non volevo scrivere per non pensare a cose che mi avrebbero fatta incazzare...

OT: ma è normale che mi esca la pubblicità di scientology qui a lato? O.o

Pro e contro

 Cosa ne penso di Saviano l'ho già detto nel post precedente: è un EROE, senza se e senza ma (o senza macchia e senza paura, fate voi). Ammetto di essere spaventosamente vigliacca. Io non avrei un decimo della sua forza e del suo coraggio e, potendo, col ricavato di Gomorra mi sarei fatta una villetta in Svezia e avrei cambiato il mio nome in Erik, con buona pace della mafia tutta. Ma non per niente lui è Saviano e io sono una pinca pallina qualsiasi. Quindi ribadisco e sottolineo che ho una sconfinata ammirazione e una profonda stima per lui.
Non è di questo che voglio parlare, ma certe cose è sempre meglio specificarle per benino, in modo da non creare fraintendimenti.
L'argomento di oggi, comunque, riguarda proprio Saviano: il Giornale raccoglie firme contro di lui e l'Unità le raccoglie in suo favore.
Ecco, spiegatemela.
Cos'è, una raccolta punti? Raggiunte le 100 firme contro, gli verrà data da un membro del governo a caso (perchè è giusto che i ministri rappresentino la volontà popolare, no?) un calcio rotante; a 1000 firme, una sonora sculacciata; a 10.000 firme si arriva all'estrazione dei molari senza anestesia; a 100.000 firme vai con l'amputazione di mani e lingua così che non possa più infangare il nostro bel paese con le sue accuse infamanti; arrivati al milione ci sarà l'esecuzione su pubblica piazza, Vespa realizzerà i plastici di una forca, una sedia elettrica e una pistola e gli spettatori sceglieranno tramite televoto abbinato al GF e alla lotteria Italia il metodo preferito per l'esecuzione; nel caso si arrivasse a 10 milioni di firme contro di lui, il corpo verrà fatto a pezzi e venduto in allegato al Giornale a soli € 4.90 in più.
Se, invece, vogliamo considerare le firme a favore, ecco arrivare per il malcapitato scrittore: a 100 firme un buono per 100 babà; a 1000 firme, ai babà si aggiungono anche le sfogliate e le pizze, in modo da non fargli sentire troppo la lontananza da casa; a 10.000 firme, uno di quei mafiosi di buon cuore ascolterà la voce del popolo e quella di Benigni e commuterà la sua sentenza di morte per colpo d'arma da fuoco in sentenza di morte da sfinimento sessuale, e gli spedirà 10.000 17enni che lo consumeranno letteralmente di baci (importante che siano tutte minorenni, così nel caso sopravvivesse si potrebbe sempre condannare per pedofilia); a 100.000 firme, gli si potrebbe regalare un pomeriggio da ragazzo "normale", senza paura, senza mafia, senza scorta e senza problemi; al milione di firme in suo favore, la A1 Milano-Napoli verrà ribattezzata col suo nome; nel caso si arrivasse a 10 milioni di firme, verrà avviato il processo di canonizzazione. Ricordandoci, infine, che gli italiani sono 60 milioni circa, è matematicamente possibile che entrambi gli schieramenti raggiungano i 10 milioni di voti, quindi gli conviene mangiare le pizze prima dei babà, perchè questi ultimi possono essere mangiati anche senza denti, la A1 verrà ribattezzata in sua memoria e in allegato al Giornale si venderanno reliquie di un santo.
Io, intanto, aspetto che qualcuno in questo paese riacquisti la ragione. Nel frattempo, inizio a raccogliere firme in mio favore. Non si può mai sapere...

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