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December 14th, 2010

Incomprensioni linguistiche

Può capitare, a volte, ad una povera ragazza alla quale è sempre stato tassativamente vietato parlare in dialetto, che si ritrovi a sentirsi straniera nella sua stessa città. Può capitare che la suddetta ragazza stia per chiedere qualcosa alla commessa di un negozio, quando qualcuno pronuncia una frase in lingua ignota che scatena l'ilarità generale e il negozio tutto (barattoli di marmellata compresi, giuro!) inizia a ridere. Tutti, eccetto la già citata ragazza. La quale, volendo partecipare a quel clima di allegria che viene alimentato da altre frasi nella stessa lingua ignota, cerca di sorridere, producendo come risultato uno spasmo del viso simile ad una paresi. Può capitare, eh. Mica ho detto che mi è successo sabato sera in un negozio di dolci di un pericolosissimo quartiere popolare? 
Alla fin fine, comunque, mi è andata bene. Sono riuscita a farmi comprendere dagli autoctoni e a comprare ciò che mi serviva per la cena romantica col mio amore. Però la commessa mi guardava con un misto di curiosità e commiserazione, e anche un tantinello di disprezzo perchè non ero stata in grado di cogliere la battuta.
Mi consolo pensando che a mia suocera è andata peggio. Tempo fa, trovandosi a fare la spesa in un piccolo supermercato, ha chiesto esplicitamente un prosciutto di una determinata marca al tizio del reparto salumeria (che non credo possa definirsi salumiere, visto quanto sto per raccontarvi. Sarebbe un'offesa ai salumieri!). Il tizio si gira, prende dal banco il primo salume che ricorda un prosciutto e inizia ad affettarlo. Ho già raccontato che il mio ragazzo ha la celiachia, quindi capirete che c'è un ottimo motivo se mia suocera compra solo prosciutto di una marca specifica, dal momento che ha la garanzia che quel prodotto è sicuramente senza glutine. Chi, tra i miei lettori, soffre di questo disturbo saprà benissimo che certi prodotti sono più subdoli degli altri, perchè, diamine, non ti aspetti la farina nel prosciutto o nel salame! Fortunatamente mia suocera ha la prontezza di riflessi di una tigre a cui stanno sbranando i cuccioli (il che non è sempre un bene) e si accorge che il prosciutto non è della marca richiesta. Lo fa notare al tizio, ma lui fa spallucce. Glielo fa notare di nuovo, e lui risponde che anche quello che sta affettando è un buon prosciutto. Sì, magari è anche vero, ma se io volessi comprare un maglione di lana e mi rifilassero un pigiama in flanella con la scusa che "tanto tiene caldi lo stesso", un pochino mi incazzerei. Mia suocera è più diplomatica di me, quindi non ha perso la pazienza e ha spiegato al decerebrato la ragione della sua richiesta. Non ha detto cose fraintendibili, ha proprio detto esplicitamente "il prodotto della marca XYZ non contiene glutine, mentre quello che sta affettando lei lo contiene".
Non è difficile da capire.
Glu-ti-ne.
Nel caso gli fosse sfuggita la parola, avrebbe sempre potuto chiedere a mia suocera di ripeterla. Oppure ammettere, come poi mia suocera l'ha costretto a fare, che il prosciutto della marca XYZ proprio non ce l'avevano.
Invece no.
Il coglione, dall'alto della sua ignoranza, ha preso l'etichetta del prosciutto e ha risposto "ma vede, signora, anche qui è scritto chiaramente: senza polifosfati". Ecco, forse sono io che pretendo troppo dalla gente, ma anche senza conoscerne il significato, io sento che c'è una leggera differenza di pronuncia tra polifosfati e glutine. Così, a orecchio, avrebbe dovuto accorgersene anche lui. Invece perseverava nell'errore. Alla fine mia suocera, sempre più paziente di me, si è stancata e se n'è andata. Io, invece, l'avrei mandato a. Con violenza, anche. Tra l'altro, non avrei fornito tante spiegazioni sul perchè della richiesta. Mi sembra un mio diritto ottenere ciò che chiedo, se pago per averlo, senza dover dare spiegazioni a nessuno. Se poi l'arroganza del mio interlocutore dovesse spingerlo a darmi anche torto...
Ora che ci penso, una volta è capitato anche a me. Era inverno e dovevo comprare un pantalone nuovo. Entro nel negozio e chiedo alla commessa la taglia 38 di un pantalone visto in vetrina. Lei mi guarda, poi mi porta la 44. Io so di aver parlato italiano e so anche che molte commesse la trovano una lingua un po' ostica, ma non mi aspettavo di dover fare i disegnini. Le faccio notare che la taglia è sbagliata e lei, ridendo, mi dice che io sono almeno una 44. E se il pantalone non fosse stato per me? E se io volessi portare pantaloni di 3 taglie più piccole perchè sono masochista e mi piace sentirmi i coscioni stritolati dalla stoffa?
La guardo. Capelli nero-tintura ricoperti di gel, chili di fondotinta color mattone sulla pelle lampadata (a Novembre!), rossetto bordeaux con un bordo di matita nera, orecchini dorati a cerchio che le arrivano alle spalle, matita nera a coprirle le occhiaie.
Sorrido.
Sorrido perchè capisco che la troietta se la sogna di notte una taglia 38, quindi decido di concedermi una piccola vendetta. Entro in camerino, metto quel pantalone enorme e tolgo anche il maglione di lana, rimanendo con una maglietta leggera e aderente per sembrare ancora più magra, poi esco e, mantenendo il pantalone con le mani in modo da mettere in evidenza il fatto che potesse entrarci anche il mio ragazzo in quella circonferenza, - confesso, trattenendo un po' la pancia in modo che la cosa fosse più evidente- le chiedo se è disposta a darmi una 38. Ebbene, no! La vaiassa mi porta una 40 e sono costretta a misurare anche quella, per dimostrarle che ha sbagliato, prima di ottenere la mia 38. Esco dal negozio incazzata ma soddisfatta, mentre lei continua a balbettare cose tipo "ma avrei giurato che...". Nella sua lingua, ovviamente.
Davvero, se emigrassi all'estero, anche in un paese di cui non conosco la lingua, non noterei la differenza. Anzi, forse sì. All'estero posso farmi capire in inglese, qui no.

Amore di bimbo

Il 9 Dicembre, a casa mia, è stato il giorno dell'Albero. Mi sono ritrovata in casa due zombie semoventi: il mio fidanzato e il suo fratellino. Ammetto che la colpa è tutta mia. Pur di avere l'albero già addobbato per il giorno della cena romantica li ho costretti ad una giornata estenuante. Così sono collassati, il bimbo grande sul letto e quello piccolo sul divano, finchè non ho preparato cioccolata calda per tutti. Erano adorabili.
Poi il bimbo piccolo ha fatto il punto della situazione, rendendo chiare a tutti le sue intenzioni.

Che amore di bimbo. Per chi non l'avesse capito, Paola sono io. Mi ricorda vagamente un'altra lista.

Ma, diciamoci la verità, Voldemort non reggerà mai il confronto con un bimbo di quasi 10 anni. Insomma, io percepisco la differenza di diabolicità dalla risata malvagia. E poi Voldemort non sarebbe mai stato capace di studiare un pc, capire che funziona grazie a windows e trovare il modo di disinstallarlo, solo per avere il piacere di gustarsi la reazione di assoluta disperazione della famiglia. A tre anni.
Voldemort ha solo ucciso il padre in maniera indolore.
Lo ammetto, io amo il bimbo piccolo più di quello grande. Il mio bimbo grande è bravo, dolce, romantico, paziente, tenero, premuroso, ma il bimbo piccolo è... piccolo! Infatti è da quando ha 3 anni che gli ripeto che lo sposerò appena avrà raggiunto l'età che mi permetterà di evitare una condanna per pedofilia. Non sono ancora riuscita a convincerlo, comunque.
Sperando che il mio amore scherzasse quando mi ha detto di oscurare il viso prima di pubblicare questa foto, lascio a voi il giudizio su cotanta bellezza. La foto è stata ritoccata dalla mia amica Francesca, che l'ha resa molto natalizia.



BIMBI, VI AMO!